Voce che grida nel deserto di Franco Berton
Parola poetica che cambia il mondo


Nella tensione fra l’evento esistenziale e la necessità di dargli una forma si colloca l’attività creatrice di una poesia che non sia autoreferenziale e commiserativa, in grado quindi di parlare ancora e di cambiare la realtà.

A gran parte degli uomini è capitato di vivere dolori così forti che se per questi avessero urlato, l'urlo stesso li avrebbe schiantati.

Allora hanno emesso un lamento lungo e ritmato, dondolando col corpo, e così l'urlo si è fatto voce, e la voce si è fatta parola, forma dell'evento che li voleva uccidere.
L'urlo, così vicino all'espirazione e alla morte, se si trasforma in voce diventa respiro ed è capace di sedare il tremito delle ossa e dei nervi.
E quando si fa parola permette il distacco, capace di superare l'hic e il nunc, il qui e l'ora, la barriera spazio-temporale, per tentare il grande inganno o la grande illusione.

Speriamo così che quando il nostro corpo polverizzato non sarà più nemmeno teoricamente abbracciabile restino di noi parole vive che in noi e da noi sono state abitate.

***

I mezzi tecnologici permettono oggi di dare della parola anche il suono. E quindi anche la vocalità può superare la barriera spazio-temporale. La voce, dopo essere stata ammutolita nei testi stampati e ridotta a un processo mentale perdendo la dialettica con l'evento carne e respiro, può finalmente dire nuovamente di noi, che siamo vissuti.

Ma può anche farsi, in parte lo sta facendo, voce povera di parole, voce del mercato globale, standardizzata, omologata, stereotipata, così formalmente sempre accettabile da perdere la tensione del mortale che la usa.

Può farsi voce di cyber-uomini, incapace di interrogarsi sulla fragilità e sulla bellezza della carne. Surrogato di voce, voce di segreteria telefonica, di casello autostradale, di cellulare…: surrogato di vita. Vita da schiavi in case di cemento armato, in scatole di latta lanciate per le strade.

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Noi vogliamo proporre parole che vibrino del substrato dell'urlo e non possano essere trasformate in puri simboli. Noi vogliamo uscire dall'imbuto in cui si stanno infilando le parole per riappropriarsi della loro capacità di dire eventi. Noi vogliamo, insomma, ridare corpo alle parole.

Gennaio 2012 - Testo di Franco Berton, tratto dal progetto "Il Tempio dello Spirito"
"Ratto d'Europa" (particolare), opera di Federico Bonaldi. Foto di Bruno Tarraran



Franco Berton
Scrittore, narratore, insegnante.
Promotore e divulgatore del pensiero critico e creativo
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